La presenza del tutto
Scritto il 30 Dicembre 2025
«Il silenzio non è l’assenza di qualcosa, ma la presenza di tutto».
Questa citazione di Gordon Hempton, ecologista acustico, compare nel mio ultimo libro Filmatrix Infinity, quando parlo dello spazio vuoto tra le parole.
Abituati come siamo a dare importanza alle parole, dimentichiamo che tra le parole — in quei silenzi — si nascondono emozioni, intenzioni, verità.
Oggi, osservando i miei figli, mi accorgo che hanno paura del silenzio. Mia figlia non fa in tempo a sedersi in macchina che collega immediatamente il telefono per ascoltare musica. Guardavo un video di un comico in stand-up (non ricordo il nome) che raccontava come i ragazzi di oggi siano costantemente sommersi da immagini e suoni, immersi in un continuum che non lascia spazi vuoti. Al punto che, quando per qualche ragione restano soli con se stessi, vanno in panico appena sentono muoversi un’emozione, urlando: «Che c*** è questa roba?!».
Non c’è molto da ridere. Le nuove generazioni non riescono a stare 5 secondi in silenzio. Ma anche noi adulti non siamo da meno.
Il problema è che proprio da quel silenzio — se sappiamo ascoltarlo — emergono intuizioni, consapevolezze, soluzioni capaci di diventare l’ossatura del nostro presente e del nostro futuro.
E invece no. Deve esserci sempre qualcosa da guardare, da ascoltare, da commentare. Qualcosa a cui delegare l’attenzione e le energie mentali. Solitudine e silenzio sembrano demoni da combattere.
Paradossalmente, quando la mente si calma — come accade nella meditazione — si attiva una sorta di reset del sistema nervoso, con effetti benefici che coinvolgono tutto il corpo.
Prova a immaginare un campo recintato da un filo elettrificato, pensato per tenere lontani gli animali. Quando meditiamo, passeggiamo da soli o ci immergiamo nella natura, è come se quell’elettrificazione venisse disinnescata. In quei momenti, piccoli animali iniziano lentamente a entrare nel campo.
Metaforicamente, quegli animali rappresentano idee, intuizioni, conoscenze profonde. Ma anche — sul piano fisico — anticorpi, antiossidanti, vitalità.
Quando però torniamo all’improvviso al pensiero discorsivo e nevrotico, che ci strappa dal “qui e ora” per trascinarci nel passato o nel futuro, gli animali scappano di nuovo. Il campo si svuota. La mente torna a chiudersi e a produrre cortisolo, istamina, noradrenalina, dopamina: sostanze che tengono il sistema nervoso in costante allerta.
All’inizio sembrano utili. Ci fanno sentire attivi, presenti, informati, “sul pezzo”.Ma la verità è che, a lungo andare, consumano energie preziose a discapito di armonia, benessere, creatività e soluzioni intuitive.
Ho visto un film che rappresenta bene questa dinamica. Si tratta di Sound of Metal, ma ciò che segue non è un paragone tra la sordità e le nostre inquietudini quotidiane — paragone che sarebbe fuori luogo — ma l’uso di una metafora narrativa.
Ruben è un batterista rock, ex tossicodipendente, che ad un certo punto della sua vita perde l’udito. Questa condizione, come per chiunque, lo scaraventa nel baratro. Non accetta la sua condizione e prova a fare di tutto per riconquistare la sua vecchia vita. Lui vuole esserci, non vuole perdersi nulla, vuole tornare a sentire, e allora si mette in testa di farsi operare e installare una macchinetta per l’udito costosissima.
Entra in contatto con una comunità di sordi che ha compreso qualcosa di essenziale: la vera sofferenza non nasce dal sentirsi diversi, ma dal tentativo continuo di adattarsi ad una condizione che non è la stessa di prima.
Dunque il primo salto che Ruben è chiamato a fare non è fisico, ma mentale.
Joe, il suo mentore, gli farà capire che non esiste tecnologia che tenga, se non si riesce a stare da soli in una stanza.
Come scriveva Blaise Pascal:
«Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola cosa: dal non saper restare in quiete in una stanza.»
Ruben è sempre occupato con qualcosa da fare, da sistemare, un posto dove andare, una vita passata da riconquistare. Joe gli assegna un compito disarmante nella sua semplicità: restare per ore in una stanza. In silenzio. A scrivere.
Sono noti i benefici del journaling. Io stesso lo pratico ogni giorno, scrivendo dieci cose — sempre diverse — per cui provo gratitudine. Un modo semplice e potente per orientare la mente verso ciò che funziona.
Ma la scrittura serve anche ad altro. Quando la mente è in tumulto, a volte meditare non basta.
Greg McKeown (autore del libro Dritto al sodo) suggerisce di “urlare sulla pagina”: scrivere senza filtri, anche con rabbia o paura. Dice:
«Passi dalla confusione alla chiarezza. E poi alla creazione.»
Scrivere è come spostare il rumore dalla testa alla carta. Smetti di esserne prigioniero e diventi osservatore. La scrittura libera RAM mentale. Ogni volta che ci sentiamo bloccati nel lavoro o nella vita, basta una pagina bianca e una domanda onesta:
Cosa sta succedendo, davvero?
Scriviamo tutto. Poi chiediamoci: e ora? Cosa significa? Cosa posso fare?
Riusciamo davvero a fare questo stando da soli con noi stessi, oppure abbiamo sempre bisogno di una musica in sottofondo?
Ruben, nel film, non ci riesce. La paura di perdersi qualcosa — la FOMO — lo spinge a cercare a ogni costo una soluzione, nonostante sappia che non potrà tornare a sentire come prima. Possiamo comprendere la sua urgenza, empatizzare profondamente con la sua condizione.
Ma allora vale la pena chiederci: che motivo abbiamo noi di inseguire costantemente il rumore? Di voler partecipare a tutto, essere ovunque, dire sì a ogni progetto, evento, stimolo?
Dopo enormi sacrifici, Ruben riesce a farsi impiantare il dispositivo. Ora sente, è vero. Ma ciò che ascolta è metallico, disturbato, artificiale.
È il momento della resa. Il suo desiderio di “esserci a tutti i costi” lo ha portato davanti a una scelta cruciale: continuare a dare voce al mondo esterno, oppure fermarsi e ascoltare ciò che resta quando il rumore si spegne.
Scoprirà che il silenzio non è il nemico. Che quel vuoto, se attraversato, può diventare un punto di ripartenza.
E la metafora per noi è tutta qui. Possiamo imparare a vivere davvero solo se accettiamo di restare, almeno per un po’, in quella stanza. Ad ascoltare il silenzio. A scegliere con cura cosa far entrare.
Perché non tutto merita la nostra attenzione.
E allora, se oggi il silenzio piombasse improvvisamente sulla tua vita e potessi riempirlo solo di pochissime voci, di pochissimi suoni… quali sceglieresti di ascoltare davvero?
Ci “risentiamo” in giro
Virginio
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“Sound of Metal” è un film del 2019 diretto da Darius Marder.

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