È una difficoltà infernale essere se stessi. È molto più facile essere qualcun altro, o nessuno

Scritto il 15 Dicembre 2025

Non so se capita anche a te. Ci sono periodi della mia vita in cui gli stimoli esterni, ciò che leggo, vedo, sento e percepisco, sembrano convergere verso un unico, ripetitivo e intenso tema. 

Capisco da queste esperienze che è il momento di fermarsi e dare retta al messaggio, che comincia ad essere un segnaposto sulla strada dell’evoluzione e non solo un insieme di coincidenze. Un percorso dal quale non è possibile deviare, se non con una forzata applicazione del libero arbitrio. Eppure spesso lo facciamo. Ignoriamo i segnali, perché ascoltarli significherebbe rivoluzionare le nostre vite, voltando le spalle a tutto quello che finora abbiamo difeso.

Da qualche settimana, forse qualche mese, il tema dell’essere autentico continua a ripresentarsi sotto diverse forme. Ti ho già parlato del desiderio di semplificare sempre di più la mia vita, il mio lavoro, il che vuol dire applicare un severo sfoltimento di tutto quello che non risuona con l’essenziale, di tutto quello che non è in linea con ciò che desidero e voglio davvero.

Mi capita di vedere due film. Il primo è  “The Life of Chuck”, un film del 2024 di Mike Flanagan, tratto da un racconto di Stephen King, che esplora l’esistenza di Charles “Chuck” Krantz, un uomo comune, afflitto da tumore terminale. Racconta la sua vita a ritroso, dalla morte a soli 39 anni fino all’infanzia, riscoprendo l’amore e la bellezza nelle piccole cose, in un’opera filosofica e poetica.

Un film che andrebbe visto e rivisto per apprezzarne sfumature e significati correndo il rischio di non comprenderlo subito. La scena intorno alla quale ruota l’intera storia infatti, dura qualche minuto di pura noia. Dopo aver trascorso circa mezz’ora a capire cosa sta succedendo (..tutto si comprenderà a mano a mano che il film avanzerà), il protagonista si ferma a ballare in mezzo alla strada al suono di un’artista che fino a quel momento non ha guadagnato un centesimo, e invece dopo l’esibizione di Chuck verrà inondata di offerte.

Chuck, un impiegato di banca, tutto d’un pezzo, elegante, raffinato, durante quella passeggiata sente il bit del campanaccio e istintivamente senza aspettarselo da sé stesso, comincia  a ballare d’istinto, senza sapere il perché. E’ un momento spontaneo, autentico, senza maschere, come oramai non era più abituato a contemplare nella sua vita. Le immagini della sua mano alzata a scandire il ritmo, si mescolano a dei flashback della su infanzia: la nonna che ballava in cucina, l’amore per la danza, la sua autenticità soffocata dai doveri.

Oltre al messaggio così esplicito del film, la metafora ci consegna altri insegnamenti preziosi: quando siamo autentici generiamo valore per tutti. Nel film, in quel momento senza filtri, Chuck genera divertimento per le persone che si fermano ad incitarlo, leggerezza per una donna che si unisce alla sua lucida follia, e denaro che fiocca per la batterista. Quando va in scena l’autenticità, tutti vincono, nessuno perde.

Chi oggi ha problemi, che siano dovuti alla scarsità economica, oppure al proprio benessere, alle relazioni, dovrebbe indagare sulla mancanza di “autenticità” nella propria vita. Forse come Chuck ha rinunciato ad una passione, si è conformato alle pressioni familiari o sociali, ha svenduto la sua gioia in cambio di certezze, oppure anziché seguire la propria genuina curiosità, ha seguito solo il denaro, la tendenza del momento, abbagliato da promesse di potere.

La mia come sempre, lontano dal giudizio, è solo una riflessione per schiarirmi le idee. C’è stato un tempo in cui, come Chuck, di autentico nella mia vita c’era davvero poco.  Ero povero e in tutti i sensi.  Poi il risveglio, la fortuna, la ricerca, non so esattamente cosa, mi hanno permesso di conoscere i doni infiniti che solo l’autenticità porta. La libertà prima di tutto. La leggerezza, l’armonia, la gioia. Su queste ultime sono impegnato ogni giorno. Togliere il superfluo e lasciare l’essenziale significa fare un passo ogni giorno verso “l’autentica autenticità”.

Dopo qualche giorno ho visto Jay Kally (lo trovi su Netflix) con George Clooney e Adam Sandler. Il film inizia con una citazione:

È una difficoltà infernale essere se stessi. È molto più facile essere qualcun altro, o nessuno.

La storia questa volta segue le vicende di un attore di successo che ha dato più vita ai suoi personaggi che a se stesso, e ora rincorre le sue relazioni andate in frantumi. Tutto per essere qualcun altro, con altre aspirazioni, altre priorità, anziché dare tempo a ciò che contava davvero.

E infine, nell’aggiornare il portale RISVEGLI  (la banca dati di scene per l’evoluzione interiore, personale e spirituale) mi “capita” di vedere una scena del film “PIG” che ti propongo di seguito. Forse più degli altri stimoli, quest’ultima ispirazione mi ha davvero sciolto  qualcosa dentro di me, e suggellare il bisogno di “togliere” “togliere” e “togliere” tutto quello che non è in linea con me stesso. Tutto quello che stona con la “musica” che sono, con l’essenza della mia anima.

Dal momento che, come diceva Osamu Dazai (scrittore giapponese):

“Ho vissuto così attentamente, pensando che qualcuno stesse guardando. Ma il palco era vuoto, il pubblico non è mai arrivato.”

… oggi a 50 anni voglio solo essere me stesso. Nient’altro. E non è affatto facile.

In “Pig”, Nicolas Cage interpreta Rob, un ex chef rinomato che ha scelto di lasciare il mondo del lusso per vivere immerso nella natura, in silenzio, con un maiale come unico compagno.

In questa scena, si ritrova faccia a faccia con un suo vecchio allievo, oggi gestore di un ristorante di successo, elegante e senz’anima. Davanti a lui, Rob diventa lo specchio che nessuno vorrebbe avere: uno specchio che riflette non ciò che siamo, ma ciò che abbiamo tradito.

“I critici non sono reali. I clienti non sono reali. Perché questo non è reale. Tu non sei reale.”

Allora oggi chiedo a te, mio lettore, tu sei reale?

Con queste parole, Rob non sta distruggendo il suo allievo — lo sta risvegliando. Gli sta ricordando che la vita vera non è nel consenso, ma nella coerenza. Non è nel costruire immagini perfette, ma nel nutrire verità imperfette.

Quanti di noi oggi più che mai nell’era dei social, vivono per un applauso invisibile, per una pacca sulla spalla che non arriva mai? Quanti hanno sacrificato la passione sull’altare della performance, l’essenza sull’altare del risultato?
Eppure, se ci fermassimo, se tornassimo al silenzio, forse sentiremmo ancora quel desiderio puro che avevamo da ragazzi: un progetto, un sogno, un talento che ci faceva battere il cuore. Per Chuck era il ballo, per lo Chef Derek era aprire un pub.

Per te di cosa si trattava?

C’è una domanda che vibra in questa scena come un rintocco: “Perché non hai aperto il tuo pub?”
È la stessa domanda che la vita ci fa ogni giorno, sotto altre forme: Perché non hai scritto quel libro? Perché non hai cambiato lavoro? Perché non hai detto sì alla tua verità?

Anche se PIG, è un film con sfumature violente, ha il merito di averci presentato Rob (Nicolas Cage, simbolo di chi ha avuto il coraggio di dire basta, di spogliarsi delle maschere, di lasciare il rumore per ascoltare ciò che è autentico. E nel suo viaggio, ci mostra che la libertà non si conquista aggiungendo, ma togliendo: togliendo ruoli, aspettative, bugie.

Forse non serve cambiare tutto, ma tornare a un gesto semplice, a una passione che avevamo dimenticato, a un valore che non abbiamo più onorato. Perché alla fine, come dice Rob, davvero “non abbiamo tante cose di cui ci dobbiamo preoccupare”.

Solo una, davvero: non perdere noi stessi mentre rincorriamo il mondo.

Nel film “This Must Be the Place”, il protagonista Cheyenne (Sean Penn) dice:
“Lo sai qual è il vero problema, Rachel?”
“Quale?”
“Che passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui si dice “un giorno farò cosi…” all’età in cui si dice “è andata così…”

Da lì comincia la perdita. Un passo dopo l’altro, per compiacere, per sentirci accettati, per avere successo, cediamo piccoli pezzi di noi. E quasi senza accorgercene, ci ritroviamo come Derek (l’allievo chef): impeccabili, riconosciuti, ma vuoti.

Fa che questo non accada a te. Comincia a tagliare il superfluo per restare con l’essenziale.

I posti sono vuoti. Il teatro è buio. Perché continui a recitare?

Segui il consiglio di Oscar Wilde:

Sii te stesso. Tutti gli altri sono già impegnati.

Ci rivediamo in giro

Virginio

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5 Commenti a "È una difficoltà infernale essere se stessi. È molto più facile essere qualcun altro, o nessuno"

  • Vittoria
    17 Dicembre 2025 (10:47)
    Rispondi

    Grazie ❣️
    Felici festività a tutti. 🤗

  • Luigi
    17 Dicembre 2025 (17:29)
    Rispondi

    belle frasi, bel commento! c’è da riflettere, quante occasioni di essere se stessi perse!…..

  • Pino Iacono
    18 Dicembre 2025 (17:38)
    Rispondi

    Molto interessante. Non sificisce mai di imparare. Grazie

  • Giuseppe Carlesi
    19 Dicembre 2025 (15:23)
    Rispondi

    Proprio oggi 18 dicembre 2025, mi rendevo conto che una decisione presa all’età di 19 anni ha completamente condizionato tutta la mia vita futura. Non si tratta di ammettere che quella decisione si stata corretta o errata, ancora oggi non sarebbe né giusto, né sbagliato dire che è stata una decisione erronea, ma certamente ha condizionato pesantemente tutta la mia vita futura. Non che non ci avessi mai pensato ma solo oggi ho avuto la consapevolezza necessaria per capire che quella decisione ha condizionato a caduta, come fosse una tessera del domino tutto il resto. Non posso lamentarmi di ciò che ho ricevuto, né tantomeno dei percorsi intrapresi, di una cosa sono sicuro però che un giovane, come lo ero io allora non possedeva gli strumenti necessari per comprendere la portata di ciò che stava vivendo e a cui andava incontro. Non posso dire di avere rimpianti anche perché la vita successiva è stata colma di soddisfazioni e riconoscimenti, sia dal punto di vista familiare che da quello lavorativo, per cui non ho motivo di lamentarmi, ma di una cosa ho avuto finalmente la certezza e consapevolezza che una semplice decisione, un no detto a 19 anni ha condizionato tutto, facendo prendere alla mia vita una strada completamente diversa. Ho fatto bene, ho fatto male? Come è possibile giudicare un ragazzo così giovane, come lo ero io allora, senza sapere e comprendere ciò che quella decisione avrebbe scatenato. Devo però, oggi, fare i conti e capire il perché senza giudicare, ma semplicemente comprendere, spero di aver finalmente trovato me stesso che in qualche modo continua a ricercare, a studiare, a conoscere.

  • Paolo
    21 Dicembre 2025 (17:03)
    Rispondi

    Grazie Virginio. Buone festività a tutti.


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