L’ostacolo della paura alla felicità e all’apprendimento

Scritto il 9 Giugno 2026

C’è una scena di Radical che sembra piccola, quasi laterale, e invece contiene una delle domande più profonde che possiamo fare a noi stessi, ai nostri figli, ai nostri studenti, ai collaboratori, alle persone che diciamo di voler aiutare a crescere: quanto spazio lasciamo davvero all’errore nella vita di chi ci sta accanto?

Il professor Sergio porta i suoi alunni in biblioteca. Non hanno prenotato la sala, non hanno seguito il protocollo. C’è già, in questa partenza un po’ disordinata, una piccola frattura rispetto al modo in cui siamo abituati a pensare l’apprendimento: tutto programmato, tutto corretto, tutto dentro una sequenza ordinata. Sergio, invece, sembra muoversi come chi sa che il sapere non nasce sempre dove abbiamo predisposto il terreno, ma spesso arriva quando qualcuno rompe la cornice e permette alla curiosità di trovare campo libero. 

I ragazzi cercano informazioni sulle barche. A un certo punto Sergio si ferma e capisce che non hanno bisogno dell’enciclopedia. Possono provare a scoprirlo da soli. Fa una domanda semplice: perché le cose galleggiano? Poi aggiunge qualcosa che per quei bambini suona quasi come una lingua straniera: non importa se sbagliate, anzi, preferisco che sbagliate, perché quando commettiamo errori impariamo che cosa abbiamo fatto male e questo ci aiuta a capire meglio cosa funziona.

In teoria, tutti siamo d’accordo. L’errore insegna. L’esperienza forma. Le cadute fanno crescere. Lo diciamo spesso, con grande convinzione, soprattutto quando parliamo in astratto.

Poi però, nella vita concreta, davanti a un figlio che prende un brutto voto, a uno studente che non capisce subito, a un collaboratore che propone qualcosa di imperfetto, a noi stessi quando sbagliamo strada o falliamo un tentativo, la nostra saggezza vacilla.

La teoria dell’errore come apprendimento dura fino al momento in cui l’errore ci espone, ci fa perdere controllo, ci costringe a guardare la nostra paura.

Ed è proprio la paura il vero tema della scena. I ragazzi non rispondono perché non stanno davvero pensando alla galleggiabilità. Stanno pensando alle conseguenze. Pensano ai voti, alla pagella, ai genitori che potrebbero arrabbiarsi, alla promozione, al giudizio. Dentro di loro non c’è più lo stupore del bambino che vuole capire il mondo, ma la tensione di chi deve evitare una punizione, una delusione, un’etichetta. Quando Sergio chiede a cosa servano i buoni voti, loro rispondono con una sincerità che fa quasi male: servono per essere promossi, per far stare tranquilli i genitori, per non farli arrabbiare.

Questa risposta dovrebbe farci riflettere. Perché molti bambini (e anche molti collaboratori in azienda) , a un certo punto, smettono di studiare per conoscere e cominciano a studiare per non deludere. Smettono di leggere la realtà come un mistero e cominciano a leggerla come un esame continuo. Smettono di domandarsi cosa li appassiona e iniziano a chiedersi cosa verrà premiato. Lentamente imparano a scegliere la risposta più sicura, il comportamento più approvato, il percorso meno rischioso. E così l’intelligenza, invece di espandersi, si adatta alla paura.

Sergio allora compie un gesto spiazzante. Dice ai ragazzi che da quel momento hanno tutti dieci. Alla fine dell’anno, sulla pagella, troveranno il voto massimo. Glielo promette. Solo dopo aver tolto il voto dal centro della scena, può riportarli alla domanda viva: adesso possiamo dedicarci a ciò che conta. E subito chiede: chi vuole essere il primo a sbagliare?

Questa frase è bellissima perché ribalta l’ordine emotivo dell’apprendimento. Prima viene la sicurezza, poi arriva il coraggio. Prima devo sentire che il mio valore non è in pericolo, poi posso rischiare. Prima devo sapere che un errore non cancellerà l’amore, la stima, la fiducia, poi posso espormi. Nessuno cresce davvero sotto minaccia.

Si può obbedire sotto minaccia, si può performare sotto pressione, si può perfino ottenere un buon risultato per paura di perdere qualcosa, ma la crescita profonda ha bisogno di un clima diverso, più simile alla fiducia che al controllo.

Tutte le difficoltà nascono quando l’incubo della paura si sovrappone alla presenza dell’amore.

Succede ai bambini quando sentono che il voto conta più del loro processo. Succede agli adulti quando vivono ogni scelta come una prova di valore personale. Succede nelle famiglie quando l’amore viene percepito come qualcosa da meritare attraverso il rendimento, il comportamento, l’obbedienza, l’immagine che si restituisce agli altri. Succede nei gruppi quando nessuno osa dire ciò che pensa davvero perché teme di essere escluso, deriso o considerato ingenuo. Succede dentro di noi quando non proviamo più qualcosa di nuovo perché non sopportiamo l’idea di apparire incapaci.

La scena di Radical parla anche agli adulti che hanno interiorizzato una pagella invisibile. Molti di noi vivono come se qualcuno dovesse ancora assegnarci un voto. Cerchiamo di essere bravi figli, bravi genitori, bravi professionisti, brave persone, ma spesso dietro questa ricerca non c’è pienezza, c’è tensione. Ogni errore diventa una ferita narcisistica, ogni critica un crollo, ogni fallimento una conferma dolorosa. Così non tentiamo più. Restiamo dentro ciò che sappiamo già fare, continuiamo a ripetere ruoli conosciuti, evitiamo territori nuovi perché lì dovremmo attraversare l’umiliazione del principiante.

Sergio, dando dieci a tutti, sembra dire qualcosa che riguarda anche noi: il tuo valore di partenza è salvo. Puoi smettere di difenderti. Puoi imparare. Puoi sbagliare senza trasformare l’errore in una sentenza su chi sei. Forse questa è una delle forme più alte dell’amore educativo: creare le condizioni perché l’altro non debba proteggere continuamente la propria immagine e possa finalmente usare le sue energie per esplorare, comprendere, crescere.

Dietro Radical c’è una storia vera, accaduta alla scuola José Urbina López di Matamoros, in Messico.

Dopo quel cambio di metodo, la classe di Sergio Juárez Correa ottenne risultati sorprendenti nei test nazionali. Non tutti quei bambini sono diventati famosi, e forse proprio questo rende la storia ancora più vera: non sempre la vita trasforma il talento in copertina, ma può trasformare una percezione, un destino, una possibilità.

Tra loro, però, c’era Paloma Noyola Bueno, una ragazzina che viveva vicino a una discarica e che fino a quel momento si sentiva una nullità.  Paloma arrivò prima in matematica a livello nazionale e Wired le dedicò una copertina definendola, con una formula potentissima, “la prossima Steve Jobs”.

Questo non significa che un insegnante possa salvare magicamente ogni vita, né che basti una scena ispirante per cancellare povertà, violenza, disuguaglianze e sistemi educativi fragili.

Significa però che una persona, quando smette di vedere gli altri attraverso la lente della paura, può aprire una fessura nel destino.

Sergio ha dato agli alunni il permesso di pensare, di sbagliare, di rischiare, di non identificarsi con il voto, con il quartiere, con la povertà, con la previsione già scritta dagli adulti. Forse la vera domanda che questa storia ci lascia non è se anche noi abbiamo accanto una Paloma nascosta.

La vera domanda è se, nelle persone che amiamo, educhiamo, accompagniamo o guidiamo, stiamo creando abbastanza fiducia perché quella Paloma possa finalmente mostrarsi. E allora, da oggi, a chi potresti togliere un po’ di paura per restituire spazio, amore e possibilità?

Radical” è un film del 2023 diretto da Christopher Zalla.






1 Commento a "L'ostacolo della paura alla felicità e all'apprendimento"

  • Franca
    16 Giugno 2026 (20:37)
    Rispondi

    Se si comprendesse veramente quanto è bello poter sbagliare con qualcuno che ci accompagna verso la conoscenza il mondo sarebbe più felice e le persone più autentiche. Come diceva il grande Pirandello gli uomini vivono con delle maschere impersonando dei personaggi solo per la paura di mostrarsi autentici


Lascia il tuo contributo (è importante per noi):

Confermando l’invio di questo modulo dichiaro di aver preso visione dell’Informativa Privacy ed acconsento al trattamento dei dati personali sulla base di quanto disposto dal Regolamento UE 2016/679. Voglio ricevere newsletter ed aggiornamenti. (Visualizza l’informativa sulla privacy)Puoi utilizzare alcuni tag HTML