Non puoi piacerti, se non hai mai fatto qualcosa che ti piace
Scritto il 24 Agosto 2026
Aneta si trova lontana dalla propria vita abituale ad assistere un anziano ballerino. Un giorno lui le propone un esercizio insolito: mettere in scena la propria vita. Aneta comincia a raccontare, e nel suo racconto compaiono subito il marito, i figli, le scelte fatte per seguirli. L’uomo la interrompe: «Questa recita è su di te. Sei tu il regista, per l’amor del cielo». Poi le rivolge una provocazione ancora più profonda: «Certo che non puoi piacerti, se in vita tua non hai mai fatto qualcosa che ti piace».
La domanda che lascia sospesa è sorprendentemente concreta: dobbiamo prima imparare a piacerci per costruire una vita che ci somigli, oppure possiamo cominciare dalle nostre azioni e scoprire noi stessi strada facendo?
“Il caffè della pazza gioia” è un film commedia svedese del 2026 diretto da Johanna Runevad.
Einar le chiede di parlare di sé e lei racconta il marito. Poi racconta il trasferimento fatto per il lavoro di lui. Quando il ballerino insiste e le domanda per che cosa viva, risponde: «I miei figli». Certo è una risposta piena d’amore, eppure lui coglie immediatamente ciò che manca nel racconto: Aneta.
Ci si può abituare così profondamente a vivere attraverso i propri ruoli da perdere familiarità con l’anima che li interpreta.
Sono madre, padre, moglie, marito, professionista, imprenditore, figlio che si prende cura dei genitori, persona affidabile su cui tutti possono contare. Sono identità reali e spesso preziose. Il problema emerge quando, tolti quei ruoli, alla domanda «E tu, che cosa vuoi?» arriva un lungo silenzio.
A volte ci si trascura così tanto per dedicarsi a quei ruoli, che finiamo per non piacerci.
«Certo che non puoi piacerti, se in vita tua non hai mai fatto qualcosa che ti piace».
Quella di Einar è una considerazione che stride e desta attenzione, perchè siamo abituati a pensare all’autostima come a una condizione interiore che dovrebbe precedere l’azione. Prima imparo ad amarmi, poi avrò il coraggio di scegliere ciò che desidero. Prima acquisto fiducia in me stesso, poi mi espongo. Prima mi sentirò abbastanza sicura, poi inizierò quel progetto, cambierò lavoro, riprenderò a dipingere, tornerò a ballare, viaggerò, scriverò, studierò qualcosa che mi incuriosisce.
E se il percorso potesse cominciare anche dall’altra estremità?
L’autostima si costruisce anche attraverso le esperienze che facciamo di noi stessi. Ogni volta che scegliamo qualcosa che ci corrisponde, mandiamo a noi stessi un messaggio molto concreto: quello che sento conta. Quando dedichiamo tempo a un interesse che ci accende, quando coltiviamo una capacità dimenticata, quando prendiamo sul serio un desiderio che per anni abbiamo considerato secondario, iniziamo a diventare persone presenti nella nostra stessa vita.
Fare qualcosa che ci piace diventa così un modo per conoscerci. L’azione produce esperienza, l’esperienza modifica la percezione che abbiamo di noi e quella nuova percezione rende possibili altre azioni. Si crea un movimento. La persona che si sentiva spenta comincia a sperimentarsi curiosa. Quella che si considerava incapace scopre di poter imparare. Quella che aveva vissuto soprattutto per rispondere alle esigenze altrui ricomincia a sentire il proprio desiderio.
C’è poi una frase di Einar ancora più pungente. Quando Aneta gli dice: «Tu non sai niente di me», lui risponde: «No, ma nemmeno tu, a quanto pare».
Fa male proprio perché tocca un punto reale. Possiamo conoscere perfettamente gli impegni della nostra agenda e avere perso contatto con ciò che ci dà energia. Possiamo sapere cosa vogliono tutti da noi e faticare a rispondere quando qualcuno domanda cosa vogliamo noi. Possiamo persino essere molto bravi a prenderci cura degli altri mentre abbiamo dimenticato quali esperienze fanno sentire vivo il nostro corpo, curiosa la nostra mente, piena la nostra giornata.
Forse l’autostima ha anche questa dimensione molto concreta: diventare qualcuno con cui ci piace trascorrere la nostra vita. E questo rapporto si costruisce facendo spazio a esperienze che ci assomigliano.
Quali sono le cose che fai perché ti piacciono davvero, senza alcuna utilità da dimostrare e senza dover soddisfare qualcuno? Se dovessi raccontare la tua vita senza parlare del partner, dei figli, del lavoro e dei ruoli che ricopri, che cosa racconteresti di te? E quale piccola cosa che ti piace potresti ricominciare a fare già adesso, senza aspettare di sentirti più sicuro, più pronto o finalmente all’altezza?
Forse possiamo smettere, almeno per un momento, di domandarci quanto ci piacciamo. Possiamo partire da qualcosa di più semplice e concreto: che cosa mi piace? E cominciare da lì a rientrare, poco alla volta, nella nostra stessa vita.
Questo processo del “conoscere se stessi” è quello che guido attraverso Filmatrix Life: un viaggio di nove mesi attraverso le scene dei film, le domande, gli esercizi e il confronto personale con me via mail.
Un percorso per fare spazio a ciò che senti, a ciò che desideri e forse anche a parti di te che hai lasciato indietro.
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Pino Iacono
25 Agosto 2026 (21:48)
Un film che fa riflettere. E’ vero che spesso pensiamo più agli altri, famiglia, lavoro, amici e spesso rimandiamo di fare le cose che ci picciono. Finalmente sto inziando a fare anche le cose che mi piacciono di più. Grazie